CdS difensivi conclusi entro il 31 dicembre 2018, le indicazioni Inps per il recupero dello sgravio

Con messaggio n. 2732 del 17 luglio 2019, l’Inps fornisce le indicazioni operative per il recupero dello sgravio contributivo in favore delle imprese che hanno stipulato contratti di solidarietà difensivi, destinatarie dei decreti direttoriali di autorizzazione, con periodi di solidarietà conclusi entro il 31 dicembre 2018.

Come noto, in favore delle imprese che stipulino contratti di solidarietà “difensivi” accompagnati da Cigs (art. 1, D.L. n. 726/1984 e art. 21, co. 1, lett. c), D.Lgs. n. 148/2015) è prevista una riduzione nella misura del 35% della contribuzione a carico del datore di lavoro, con riferimento ai lavoratori interessati da una riduzione dell’orario di lavoro in misura superiore al 20% (art. 6, co. 4, D.L. n. 510/1996; artt. 1 e 2, D.M. n. 2 del 27 settembre 2017). Il beneficio è riconosciuto su istanza dell’impresa, con decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, per un periodo massimo di 24 mesi nel quinquennio mobile. L’istanza deve recare l’importo della riduzione contributiva richiesta e il codice pratica relativo alla domanda di integrazione salariale per contratto di solidarietà presentata attraverso la procedura telematica “Cigs on line”. Unitamente all’istanza, l’impresa produce l’elenco nominativo dei lavoratori, contenente per ciascun lavoratore la percentuale di riduzione oraria applicata che sia superiore al 20%. L’istanza, firmata digitalmente e prodotta in bollo, è inoltrata esclusivamente a mezzo PEC, alla Direzione generale degli ammortizzatori sociali e incentivi all’occupazione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, secondo la modulistica e con le modalità operative indicate nell’apposita sezione del sito internet “www.lavoro.gov.it”. Le istanze sono istruite in base all’ordine cronologico di presentazione.
In caso di accoglimento, ai fini della concreta fruizione del beneficio, il datore di lavoro è tenuto ad attivarsi nei confronti della Sede territoriale Inps, la quale, accertata sulla base della documentazione prodotta dall’azienda (decreto direttoriale di ammissione al beneficio) la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della riduzione contributiva, provvede ad attribuire alla posizione aziendale il codice di autorizzazione “1W”, recante il significato di “Azienda che ha stipulato contratti di solidarietà accompagnati da CIGS, ammessa alla fruizione delle riduzioni contributive ex DL 510/1996 e ss.mm.ii. ai sensi del D.I. 27 settembre 2017, n. 2”.
Le imprese interessate, dal canto loro, per esporre nel flusso Uniemens le quote di sgravio spettanti per il periodo autorizzato, valorizzano all’interno di <DenunciaAziendale>, <AltrePartiteACredito>, i seguenti elementi:
– nell’elemento<CausaleACredito>, il codice causale già in uso “L942”, avente il significato di “Arretrato conguaglio sgravio contributivo per i CdS stipulati ai sensi dell’articolo 1 del DL 30 ottobre 1984, n. 726 (L. n. 863/1984), nonché dell’articolo 21, comma 1, lett. c), del D.Lgs n. 148/2015, anno 2017”;
– nell’elemento <ImportoACredito>, il relativo importo.
Le predette operazioni di conguaglio vanno effettuate entro il 16 ottobre 2019 (terzo mese successivo a quello di pubblicazione del messaggio).

Rendita vitalizia ed esistenza del rapporto di lavoro: inammissibile una sentenza come prova scritta

Ai fini della costituzione della rendita vitalizia, è irrilevante che l’accertamento della esistenza di un rapporto di lavoro sia avvenuto nel corso di giudizio se ciò è avvenuto mediante prove testimoniali, ancorché su ciò si sia formato il giudicato, a meno che quest’ultimo non abbia come oggetto la natura di documentazione di data certa di una determinata prova (Corte di Cassazione, sentenza 27 maggio 2019, n. 14416).

Una Corte d’appello territoriale, in riforma della decisione del Tribunale di prime cure, aveva rigettato la domanda proposta da un lavoratore nei confronti dell’ex datore di lavoro, intesa alla costituzione di una rendita vitalizia corrispondente alla copertura di un periodo di omissione contributiva. La Corte territoriale aveva osservato essere carente la prova scritta del rapporto di lavoro (art. 13, L. n. 1338/1962), non potendo essere qualificata tale una diversa sentenza del Tribunale, già pronunciata tra le medesime parti del rapporto di lavoro e passata in giudicato, che aveva appunto accertato l’esistenza del rapporto subordinato, giacché tale sentenza era fondata su prove testimoniali.
Il medesimo lavoratore ricorre così in Cassazione, evidenziando che la precedente sentenza di accertamento del rapporto di lavoro dipendente, posta a fondamento della domanda di rendita, dava atto della stipulazione tra le parti di cinque contratti di lavoro, che rappresentavano i documenti di data certa richiesti ai fini della prova del rapporto.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. L’art. 13 della L. n. 1338/1962 dispone, infatti, che il datore di lavoro che abbia omesso di versare contributi per l’assicurazione obbligatoria IVS e che non possa più versarli per sopravvenuta prescrizione, può chiedere all’Inps di costituire una rendita vitalizia reversibile pari alla pensione o quota di pensione che spetterebbe al lavoratore dipendente in relazione ai contributi omessi. Il datore di lavoro è ammesso ad esercitare la predetta facoltà previa esibizione all’Inps di documenti di data certa, dai quali possano evincersi la effettiva esistenza e la durata del rapporto di lavoro, nonché la misura della retribuzione corrisposta al lavoratore interessato. Il lavoratore, quando non possa ottenere dal datore di lavoro la costituzione della rendita, può egli stesso sostituirsi al datore di lavoro, salvo il diritto al risarcimento del danno, a condizione che fornisca all’Inps le prove del rapporto di lavoro e della retribuzione. Al riguardo, poi, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della predetta norma nella parte in cui, salva la necessità della prova scritta sulla esistenza del rapporto di lavoro da fornirsi dal lavoratore, non consente di provare altrimenti la durata del rapporto e l’ammontare della retribuzione (sentenza n. 568/1989). Secondo la Consulta, il Legislatore ha voluto impedire che si creassero posizioni assicurative fittizie, ma ciò non può, di fatto, rendere la relativa prova talmente difficoltosa da vanificare detto riconoscimento o quanto meno da farlo diventare inattuabile.
Orbene, tali principi sono stati fatti propri dalle Sezioni unite della Cassazione (sentenza 18 gennaio 2005, n. 840), per cui la dimostrazione dell’effettiva esistenza di un unico rapporto di lavoro subordinato, fin da prima della formale costituzione del rapporto, deve essere necessariamente fornita con la prova documentale, mentre la durata del rapporto di lavoro può essere provata con ogni mezzo, ma sempre circoscritta al caso in cui il documento comprovi l’avvenuta costituzione di un rapporto a partire dalla medesima epoca. Deve, dunque, continuare ad escludersi che la prova della subordinazione possa essere desunta anche in forza di un ragionamento presuntivo, stante l’estrema difficoltà di provare in modo diretto tutti gli elementi tipici della subordinazione. E ciò perché, quando per legge o per volontà delle parti sia prevista, per un certo atto o contratto, la forma scritta, sia essa ad substantiam o ad probationem, tanto la prova testimoniale quanto quella per presunzioni che abbiano ad oggetto, implicitamente o esplicitamente, l’esistenza dell’atto o del contratto sono inammissibili, salvo che la detta prova non sia volta a dimostrare la perdita incolpevole del documento. In altri termini, ai fini della costituzione della rendita, è irrilevante che l’accertamento della esistenza di un rapporto di lavoro sia avvenuto nel corso di giudizio se ciò è avvenuto mediante prove testimoniali, ancorché su ciò si sia formato il giudicato, a meno che quest’ultimo non abbia come oggetto la natura di documentazione di data certa di una determinata prova. Diversamente, il divieto posto dalla legge risulterebbe sin troppo facilmente eludibile, pervenendosi alla prova, ma non documentale e rigorosa come richiesto dalla legge, con un previo excursus giudiziario.

Locazione di immobili di proprietà: mero godimento o attività imprenditoriale

L’attività di mera riscossione dei canoni di affitto di un immobile di proprietà, non costituisce di norma attività d’impresa e l’eventuale impiego dello schema societario per attività di mero godimento, non può trovare una sanzione indiretta nel riconoscimento di un obbligo contributivo a carico del socio di cui difettino i presupposti (Corte di Cassazione, ordinanza 15 luglio 2019, n. 18934)

Una Corte d’appello territoriale aveva rigettato l’appello proposto dall’Inps, confermando l’accoglimento dell’opposizione proposta da un socio amministratore di SRL contro due avvisi di addebito aventi ad oggetto il pagamento di contributi in favore della Gestione commercianti. La Corte territoriale, nello specifico, aveva ritenuto insussistenti le condizioni per l’iscrizione dell’opponente, in qualità di socio amministratore di alcune società a responsabilità limitata, nella Gestione commercianti dell’Inps, posto che l’unica attività svolta dalle società era quella di riscossione di canoni di locazione, che non configura esercizio di attività commerciale in quanto inerisce al mero godimento di beni immobili.
L’Inps propone così ricorso in Cassazione, ritenendo che dal quadro normativo complessivo e dalle circostanze di fatto acquisite al processo, emergeva evidente la natura imprenditoriale e non già di mero godimento dell’attività svolta dalla società, in assenza di prova contraria offerta dall’opponente.
Per la Suprema Corte il ricorso è inammissibile. Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla Gestione commercianti è che sia provato lo svolgimento di un’attività commerciale (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996), tuttavia, nel caso di specie, le società a responsabilità limitata di cui il controricorrente era socio non svolgevano attività diretta all’acquisto ed alla gestione di beni immobili, bensì la sola attività di riscossione dei canoni di locazione degli immobili di cui erano proprietarie.
Diviene così irrilevante la circostanza che l’attività di gestione fosse svolta esclusivamente dal socio unico, o che questi non svolgesse altra attività lavorativa o, ancora, che non vi fossero dipendenti, così come non assume valore decisivo la mancanza di prova contraria, idonea ad escludere la presunzione normativa di esercizio di attività imprenditoriale ricollegabile, secondo l’assunto dell’Inps, alla circostanza che la società fosse costituita in forma diversa da quella semplice. L’attività di mera riscossione dei canoni di un immobile affittato non costituisce di norma attività d’impresa, indipendentemente dal fatto che ad esercitarla sia una società commerciale (Corte di Cassazione, ordinanza n. 3145/2013), salvo che si dia prova che costituisca attività commerciale di intermediazione immobiliare (Corte di Cassazione, sentenza n. 845/2010), e l’eventuale impiego dello schema societario per attività di mero godimento, non può trovare una sanzione indiretta nel riconoscimento di un obbligo contributivo di cui difettino i presupposti.
Del resto, sotto tale aspetto, sebbene con riferimento alle società in accomandita semplice, la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’Inps.